Le lotte per i diritti: all’istruzione, al voto, al lavoro, all’esercizio delle professioni, alla parità, alla libertà sessuale e alla libertà dall’ingerenza maschile, in Europa sono iniziate con l’Illuminismo, in particolare con la Rivoluzione francese (1789). La scrittrice attivista Olympe de Gouges, nel 1791 pubblicò la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina (la donna nasce libera e ha gli stessi diritti dell’uomo), in cui, rivendicando i suoi diritti naturali e il desiderio di sfuggire alla potestà maschile, chiedeva una legge che regolasse i rapporti tra i due sessi. In Italia, la presa di coscienza dei propri diritti da parte delle donne, comincia a concretizzarsi solo nel Risorgimento (1815-1871). Nonostante la nobildonna veneziana Elena Lucrezia Corner, sia stata la prima donna laureata (Filosofia) al mondo, il 25 giugno 1678, si dovrà attendere il 1875 (Decreto Regio del 3 ottobre), perché le donne vengano ammesse a licei, ginnasi e università, sebbene vedranno ancora a lungo pretestuosamente respinte le loro domande (fino al 1883). Nel nostro Paese, sia a causa della situazione politica arretrata, sia per il ruolo predominante della Chiesa cattolica, che sosteneva l’inferiorità della donna nei confronti dell’uomo, il movimento per l’emancipazione femminile si manifestò in ritardo. Ciononostante, nel 1881 nacque, per opera di Anna Maria Mozzoni, un primo movimento a difesa dei diritti femminili e nel 1882 venne consentito alle donne di lavorare negli uffici pubblici, telegrafici e postali, nonché di aprire le prime attività commerciali. In quegli stessi anni, ovvero nel 1883, sarà la Nuova Zelanda il primo Paese al mondo a concedere alle donne il diritto di voto. In Gran Bretagna, sul finire del XVIII secolo, emergeva un’altra figura di rivoluzionaria, Mary Wollstonecraft (futura madre della scrittrice Mary Shelley), che nel 1792 pubblicò un’opera in cui evidenziava la profonda disparità tra i due sessi, pretendendo il diritto all’istruzione, al lavoro e alla vita pubblica. La sua opera è considerata tra i testi più alti, non solo sulla questione femminile, ma nella letteratura sul rispetto e la tolleranza tra gli esseri umani. Il movimento femminista in Inghilterra si affermò in modo più solido nel periodo della Rivoluzione industriale, allorquando le differenze sociali, anche nell’organizzazione familiare, divennero sempre più marcate. Le donne furono inserite nel lavoro in fabbrica, però, come per i bambini, sfruttate e sottopagate. Ma il fatto di percepire un salario, sebbene minimo, e di svolgere compiti prima assegnati solo a uomini, le portò alla consapevolezza di poter acquisire diritti. Nacquero movimenti organizzati per rivendicare diritti sociali e politici: il suffragio, la possibilità di frequentare tutte le scuole e tutte le università, rispetto nel lavoro. La presa di coscienza dell’identità femminile cominciò tra donne borghesi, istruite e appartenenti a movimenti politici democratici, fino a contaminare le classi operaie e in generale le lavoratrici, con la richiesta soprattutto della parità salariale. Ci furono scontri violenti con dimostrazioni in pubblico, cortei in Parlamento, scioperi della fame e tentativi di attentati ad edifici pubblici. Non va dimenticato che l’8 marzo 1908, negli Stati Uniti, alcune operaie di un’industria tessile, a seguito di uno sciopero, furono rinchiuse nella fabbrica dal proprietario e morirono per lo scoppio di un incendio. Quel tragico giorno fu simbolicamente celebrato come “Festa della donna”, prima solo negli USA, poi nel mondo intero. Durante la Prima Guerra Mondiale le donne sostituirono gli uomini impegnati nel conflitto e ciò determinò una svolta. Quando la guerra terminò, le donne inglesi ottennero il diritto di voto, seguite dalle tedesche, che poterono votare nel 1919, e dalle americane, nel 1920. Anche durante il secondo conflitto mondiale le donne ricoprirono ruoli maschili nella vita pubblica e parteciparono attivamente, nei modi più disparati (imbracciando le armi, facendo da staffette, accogliendo, nascondendo, curando i partigiani…) alla Resistenza.
In sintesi, le principali tappe dei diritti femminili del XX secolo in Italia
In Italia il Partito Socialista, se da un lato aveva accolto le donne nel partito, sposando le loro battaglie, dall’altro le relegava ancora all’ideale di moglie e madre. Fu Anna Kuliscioff che si batté per i diritti delle donne lavoratrici e non, e perché potessero votare, contrapponendosi persino al suo compagno di vita e partito, Filippo Turati, con lettere aperte pubblicate sulla rivista che dirigeva (La difesa delle lavoratrici). Morì nel 1925 e, coincidenza drammatica, nel clou della dittatura fascista, anche la sua rivista fu chiusa. Il regime fascista (che promuoveva i Fasci Femminili, le Piccole Italiane e le Giovani Italiane, le Massaie Rurali), ostacolava l’emancipazione femminile, promuovendo il ruolo di madre e moglie fedele e la valorizzazione della vita domestica. Il diritto al voto le italiane lo avrebbero ottenuto solo nel 1945, potendo finalmente votare nel 1946. 1919 – viene abrogata l’autorizzazione maritale, senza la quale le mogli non potevano disporre dei propri guadagni o dei beni personali, né iniziare un’attività commerciale. 1920 – Lidia Poët, dopo aver praticato per decenni la professione forense all’ombra del fratello Enrico, entrò finalmente a pieno titolo nell’Ordine degli Avvocati, divenendo la prima donna italiana ad esservi ammessa: aveva 65 anni. 1945 – il 1° febbraio (dec. lgs) alle maggiorenni italiane (21 anni) viene concesso il diritto al voto.
1946 – si consente alle donne (decreto 74 del 10 marzo), la possibilità di essere elette (voto passivo). Il 1946 è anche l’anno dell’Assemblea Costituente, che darà vita alla Costituzione. Nella Costituente entreranno anche 21 donne elette deputate, che a vario titolo, hanno preso parte alla Resistenza. 5 di loro sanno incaricate di redigere il progetto costituzionale: Maria Federici, Nilde Jotti, Lina Merlin, Teresa Noce e Angela Gotelli. 1948 – la Costituzione sancisce la parità giuridica, l’uguaglianza dei cittadini senza distinzione di sesso, la parità dei coniugi rispetto ai figli, nonché tra uomo e donna sul lavoro. 1956 – la legge n. 741 stabilisce la parità di remunerazione tra uomini e donne. 1963 – con la legge n. 66, le donne vengono ammesse a tutti i pubblici uffici e nella magistratura (esclusi Polizia, Guardia di Finanza e Forze armate). 1970 – la legge 898 (Fortuna-Baslini) sul divorzio, consente alle donne di lasciare il coniuge: sarà confermata dal referendum del 12 maggio 1974. 10 marzo 1971 – viene legalizzata anche in Italia la pillola anticoncezionale, in commercio dal 1960 negli Stati Uniti. 1975 – la riforma del Diritto di famiglia riconosce alla donna piena parità con l’uomo, nella famiglia e davanti alla legge. 1978 – la legge n. 194 (22/5), confermata dal referendum del 5 agosto 1981, cancella il reato di aborto e legalizza, regolamentandola, l’interruzione volontaria di gravidanza. 1981– la legge n. 442 cancella quanto previsto dal Codice Rocco nel 1930 sul matrimonio riparatore e sul delitto d’onore, che estingueva la pena per la violenza sessuale seguita da nozze o la riduceva per chi, “in stato d’ira”, uccideva moglie, figlia o sorella, per “illegittima relazione carnale”. 1996 – la legge 66 riconosce nel Codice penale, la violenza sessuale come delitto contro la persona (e non più contro la morale). 2006 – la legge 198 inserisce misure di prevenzione e protezione per le donne vittime di violenza. 2009 – con la legge n. 38 si introduce nel Codice penale il reato di stalking per contrastare le condotte persecutorie. 2010 – il D. Lgs n. 5 del 25/01 stabilisce la parità di trattamento e opportunità tra uomini e donne su occupazione e impiego. 2011 – si introduce la legge 120 sulle quote rosa nei consigli di amministrazione per garantire l’equilibrio tra i generi. Ancora nel 2011, a proposito di istruzione per le donne disabili, Giusi Spagnolo si è laureata presso l’università degli studi di Palermo, prima donna laureata in Europa affetta da Sindrome di Down. L’allargamento dell’istruzione alle donne nel mondo ha impatti positivi sul lavoro, la salute e l’economia, ma nei Paesi più poveri, almeno il 50% delle ragazze non frequenta la scuola secondaria. Nel 2013 – viene varata la legge n.119 contro il femminicidio e la violenza sulle donne. La strada verso la parità piena è ancora lunga e passa per le opportunità lavorative, che vede ancora il Sud penalizzato rispetto al Nord; per un cambiamento culturale; dalla sorellanza, che vorrebbe le donne unite, piuttosto che in competizione. È necessario un nuovo Risorgimento: i tempi ci allarmano che i diritti non sono per sempre, tanto più se si considera che talvolta sono le donne stesse, in ruoli di potere, come accade in questo oscurantista periodo storico, a volerne privare le altre donne. Probabilmente perché quelle stesse donne per i cui ruoli apicali, dovrebbero essere grate alle conquiste femministe e femminili, sono vittime di ataviche regole maschiliste e patriarcali e relativi scopiazzamenti di modus operandi, che per prime, stentano a superare.
Floriana Mastandrea
Responsabile ANPI Donne Avellino